Virunga, film del 2014 scritto, prodotto e diretto da Orlando von Einsiedel, è un documentario vigoroso e dal forte impatto che si concentra sulla vicenda del Parco nazionale di Virunga, situato nella Repubblica Democratica del Congo: un luogo incontaminato e prezioso, in cui vivono gli ultimi gorilla di montagna rimasti sulla faccia della terra, oltre che migliaia di persone. Una comunità di animali messa a dura prova dal bracconaggio e da una minaccia esterna sempre e comunque incombente, perfetto, esemplificativo specchio di un paese africano storicamente in balia di conflitti sanguinosi e ingerenze occidentali che ne hanno minato alla base ogni speranza concreta di futuro e democrazia. Il documentario di von Einsiedel, disponibile su Netflix, che ne detiene i diritti, e arrivato alla nomination all’Oscar come miglior documentario proprio nel 2014, si basa dunque su una realtà dal forte valore simbolico, che è il cuore pulsante dell’operazione e il suo massimo elemento di interesse sul piano astratto, dato che le implicazioni reali del film non si sono rivelate certo poche.

Protagonisti in prima linea della strenua difesa della riserva naturale sono il custode di gorilla André Bauma, il guardaparco Rodrigue Mugaruka Katemo, il guardiano Emmanuel de Merode e la giornalista francese Mélanie Gouby. Sono loro a tentare di difendere Virunga, eleggendolo a roccaforte di una resistenza che in più di un’occasione non può non suonare impossibile e donchiosciottesca, ma che forse proprio in virtù di queste prerogative appare ancor più doverosa e urgente (la vittoria, seppur faticosa e parziale, ottenuta in ultima istanza dal WWF contro gli speculatori, portata a casa anche grazie all’intervento decisivo del film, è in tal senso un inappellabile monito ad agire). Virunga è un paradigma dell’intero Congo, la metonimia destabilizzante di una nazione e non dunque non stupisce, in chiave di rivalsa sociale, che il film sia focalizzato soprattutto sul lavoro di cura e conservazione del luogo da parte degli addetti ai lavori, costretti a far fronte ai propositi di estrazione petrolifera all’interno della riserva. Riconducibili soprattutto alla Soco International, società britannica posta sotto accusa in maniera impietosa dal film, che ha contribuito a svelarne i non pochi scheletri nell’armadio.

Non manca, dunque, l’esaltante componente d’indagine, condotta con i toni elettrizzanti e concitati che si confanno a una produzione di questa portata e complessità, con dalla sua una notevole dose di rischi e di possibili ricadute personali. Si pensi al fatto che una rivolta interna ha spostato il focus del film all’inizio delle riprese orientandone la lavorazione, nel 2012, e che due giorni prima della première mondiale del film al Tribeca Film Festival a New York lo stesso De Merode, guardiano in capo del Parco nazionale del Virunga, è stato attaccato da ignoti armati, uscendone però fortunatamente illeso. Reazioni indispettite e agghiaccianti che tuttavia non stupiscono, data la scottante materia di fondo che il documentario ha provveduto a far emergere, sporcandosi le mani con un’ulteriore, discutibile pagina della storia del Congo, colonia europea subissata e martoriata dagli interessi europei fin da quando venne privatizzata per mano del sovrano belga Leopoldo II e affidata a società per azioni che ne assecondarono il depauperamento e lo sfruttamento selvaggio di ogni risorsa possibile (a proposito di tali questioni si consiglia la lettura di Terrorismo occidentale di Noam Chomsky e André Vltchek, volume imprescindibile sulle colpe ataviche dell’Occidente).

Una politica di impoverimento dalle conseguenze tutt’altro che nulle: il primo fragile accordo di pace in Congo è arrivato nel 2003, le prime elezioni democratiche dopo 40 anni, solo nel 2006. La scoperta del petrolio sotto il lago Eduardo, proprio nel parco di Virunga, avvenuta del 2010, ha anticipato la nuova instabilità sopraggiunta nel 2012: anno in cui, non a caso, è partita la lavorazione del documentario Virunga, film ammirevole per la capacità di calarsi con sana violenza, pragmatismo ed efficacia nelle contraddizioni di un presente e di un passato scomodi e complessi, mettendo a fuoco entrambi con rigore etico ed analitico e districandosi tra interessi dei gruppi armati, pantani umanitari, voragini morali di ogni tipo. Uscendone, va da sé, a testa altissima.