SiciliAmbiente Consiglia: Behemot, Gaza

Per la rubrica legata al SiciliAmbiente Film Festival oggi proponiamo due film suggeriti da Riccardo Costantini di Cinemazero: Behemot (2015), del regista cinese Zhao Liang e Gaza (2019), di Garry Keane e Andrew McConnell.

“Quando si è incerti, bisogna lasciar comandare il cuore. Scegliere due documentari su temi così importanti e, purtroppo, sempre urgenti come ecologia e diritti umani è un compito difficile, soprattutto per la grande mole di film che ogni anno scorrono davanti ai miei occhi per la selezione del festival che coordino, Pordenone Docs Fest – Le voci dell’inchiesta. Così, “comanda” la scelta un elemento di cui oggi più che mai c’è bisogno: la resistenza (…molto meglio dell’abusatissima resilienza), capacità di cui uomo e natura sono incredibilmente dotati, anche nel complesso rapporto fra di loro.

Behemot (2015), del regista cinese Zhao Liang: un capolavoro davvero, senza incertezze nell’usare qui un’altra parola abusata. Racconta la vita quotidiana di una comunità di minatori mongoli di cui non si sa nulla, anche se è il loro lavoro che “letteralmente” arma la costruzioni di enormi città fantasma (rimaste deserte, seppur complete) create a tavolino dal governo cinese. Behemoth si svolge come un viaggio negli inferi, dantesco, tripartito per struttura, distinta da schermi di colori. La discesa all’inferno: una miniera di carbone nelle praterie della Mongolia e, poi, una fonderia. Il Purgatorio: operai colpiti da malattie professionali, in attesa di cura o morte. Il Paradiso: strade larghe e vuote, moderni e desolati grattacieli, il risultato di un sogno immobiliare folle. Zhao Liang lascia che siano le immagini a denunciare l’avidità e l’ambizione sconsiderata dell’uomo, il cui agire comunque non sarà mai superiore alla forza della natura: a parlare l’abbacinante bellezza della fotografia e una narrazione quasi a-temporale.

Gaza (2019), di Garry Keane e Andrew McConnel, mostra non la “solita” Gaza narrata dai media, ferita, dolorosa, vessata, morente, ma la testimonia “viva”, esistente nell’energia incontenibile dei due milioni di persone per cui la Striscia è semplicemente “Casa”. Una vita quotidiana che da fuori non conosciamo, che ci riconcilia con questo luogo fra i più dolorosi della terra, ribadendo il diritto fondamentale di chi “resiste”: essere vivi. Montaggio e stile di regia, nella prima parte del film distesi e lineari, si rompono all’improvviso: nel giorno, brillante e vivo, agito da una delle popolazioni più giovani del pianeta, irrompono dal cielo inattesi fragori di missili. Polvere, crolli, grida avvolgono questo brulicante formicaio: a tutti gli effetti – e in barba alle risoluzioni ONU– la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Armati di sassi, fionde alla mano, ragazzi giovanissimi, manifestano la loro rabbia… Lo sguardo e il cuore, sono con loro.Resistere, anche coi documentari, è possibile. Due film, dunque, da vedere e mostrare, più – e meglio – che si può.”

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