Inauguriamo un nuovo corso del blog del nostro sito, che ospiterà un articolo settimanale dedicato a opere e  tematiche in linea con i motivi ispiratori del SiciliAmbiente Documentary Film Festival: temi ambientali, naturalmente, ma anche film che portano avanti una riflessione concreta sui diritti umani, sui problemi del pianeta, su realtà socio-politiche significative per comprendere il mondo di oggi. Un approfondimento che speriamo accompagni nel modo migliore i frequentatori del sito fino alla prossima edizione del Festival (a San Vito Lo Capo dal 19 al 24 Luglio), e che proseguirà anche nel corso dell’anno. Partiamo con Fuocoammare, il film su Lampedusa di Gianfranco Rosi, ancora nelle sale, che poggia lo sguardo su una ferita sanguinante del nostro tempo.

Fuocoammare, il film che Gianfranco Rosi ha girato a Lampedusa e che ha conquistato l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, regala a Lampedusa uno sguardo finalmente attento, lucido, moralmente partecipe e insieme distaccato, capace di evitare le generalizzazioni chiassose della cronaca e di mettere a fuoco con rigore e dedizione la condizione singolare di un’isola che da tempo immemore riveste un ruolo di primissimo piano nel far fronte a un’emergenza senza precedenti. Il lavoro di Rosi, documentarista in grado di lavorare ai suoi film in modo tanto appartato quanto appassionato, alterna la drammatica realtà degli sbarchi, documentata con nettezza e asciuttezza, alla messa in scena, più romanzata e orientata verso la fiction, delle vite di due lampedusani: un bambino, Samuele, che passa le sue giornate a giocare con la fionda e a scorrazzare in libertà, e il medico Pietro Bartolo, straordinario simbolo di una resistenza  umanitaria ammirevole e fuori dal comune, abbandonata a se stessa come fosse un corpo estraneo più che una zona di confine eletta a roccaforte ultima di speranza da migliaia e migliaia di persone. Una porzione di terra gravata dalla responsabilità di un destino non semplice, ma tanto più decisiva per ridefinire il concetto di solidarietà all’epoca del narcisismo di massa e della disgregazione delle coscienze.

Rosi, di fatto, poggia la macchina da presa su un vero e proprio Olocausto del nostro tempo: una sfida titanica per qualsiasi documentarista, anche per un cineasta decisamente abituato a lavorare su realtà marginali e transitorie (Sacro GRA, Below Sea Level) e su personaggi ingombranti e radicali (El Sicario – Room 164). Un’impresa che farebbe tremare i polsi a chiunque, e al cospetto della quale non si può che arretrare, schiacciati dall’impossibilità di trovare una chiave di lettura in grado di dare un senso a una spirale inarrestabile e insensata di morte, indifferenza e sordità istituzionale. Rosi adotta un punto di vista composto e assorto, tutto giocato, come detto, sull’alternanza degli sbarchi da un lato e dello scorrere della vita quotidiana dei lampedusani dall’altro, tra pasti, letti da rifare, persino canzoni da dedicare alla radio: non solo il piccolo Samuele, palese retaggio di una modalità neorealista di guardare la realtà ad altezza di bambino, ma anche le mamme e soprattutto le nonne dell’isola, depositarie di un passato arcaico e mitico anch’esso improntato all’accoglienza di tutto ciò che provenisse dal mare. Considerato una responsabilità, ancor prima di decidere e di capire se si trattasse di un dono divino o di una dannazione. Perché il giudizio su ciò che viene dal mare, forse, spetta agli uomini solo in ultima istanza.

Il risultato di tale continua oscillazione tra due poli, che caratterizza Fuocoammare per tutta la sua durata, è un film neutro e moralmente limpidissimo, ammirevole ma per forza di cose anche titubante, incapace di dare un nome a un dramma rinnegato e ignorato nelle sedi ufficiali della politica, un eccidio in mare che, nell’ecosistema dei media, vive più di iconoclastia e rifiuto che di rappresentazione e presa di coscienza. Il film di Rosi, nel quale lo spettatore può rispecchiare la propria indignazione e trovare conforto per un eventuale, inevitabile sentimento di compassione, ha lo stesso punto di vista allo stesso tempo etnografico, circolare e in parte incerto che caratterizzava Sacro GRA: Rosi lavora ai suoi personaggi in maniera silente e forse subalterna, si lascia genuinamente e onestamente sopraffare dalla loro presenza attiva e creativa davanti la macchina da presa e mette a fuoco sempre e comunque un contesto umano, ancor prima che uno spaccato sociale. Tale approccio, per un documentarista degno di questo nome, non può che essere il massimo della pulizia stilistica cui si può sperare di approdare, anche se il rischio, per un film come Fuocoammare, è quello, paradossale e beffardo, di non sporcarsi le mani direttamente ma di mettere in campo solo una parafrasi e un corollario, per quanto irreprensibile e di specchiata onestà intellettuale, a ciò che già si conosce (e che in ogni caso disumanamente si ignora).

Un lavoro sulla realtà che interviene su di essa anche dal punto di vista tattile e fotografico (la color correction di Luca Bigazzi sui migranti “che muoiono per davvero”, tanto vituperata da qualcuno), ma non in grado di produrre uno scarto e un ulteriore livello di lettura rispetto a ciò che viene filmato. Peccato, perché Rosi, portavoce internazionale di un documentarismo italiano in grado negli ultimi anni di fare scuola come mai prima d’ora, riesce anche a immortalare la morte da pari a pari (tre inquadrature rapidissime, tre stacchi repentini e sfuggenti) senza indulgere nell’effetto carrello di Kapò, correndo un rischio vertiginoso m evitandolo in maniera lodevole. E non è poco affatto.